Make your own free website on Tripod.com

V. Sereni

Biblioteca I

Home
Paul Eluard
Kahlil Gibran
Pablo Neruda
G. Leopardi
W. Blake
W.B. Yeats
C. Baudelaire
A. Rimbaud
V. Sereni
W. Shakespeare
F. Petrarca
C. Angiolieri
W. Whitman
C. V. Catullo
E. L. Masters
J. W. Goethe
E. Dickinson
G. Apollinaire
F. G. Lorca
F. Pessoa
H. Hesse
J. Prevert
E. Evtusenko
B. Pasternak
V. Cardarelli
G. Carducci
G. Pascoli
R. Tagore

VITTORIO SERENI

 

Vittorio Sereni nasce a Luino, sul Lago Maggiore, nel 1913, ma la sua città d'adozione è Milano, dove ha vissuto per quasi tutta la vita facendo inizialmente l'insegnante e poi il dirigente alla Mondadori. La sua opera più importante è Gli strumenti umani, uscita a Milano nel 1965 e più volte ristampata. La critica ha ormai riconosciuto a questo libro un posto di primissimo piano nella produzione poetica non solo italiana del secondo dopoguerra; Franco Fortini lo ha definito "uno dei libri di poesia più impegnativi e densi fra quanti ne sono stati scritti nel trentennio successivo alla seconda guerra". Vittorio Sereni appare così, ora, come il maggior lirico della generazione post-montaliana ed esercita una notevolissima influenza sulle generazioni più giovani.

Appare centrale, nella sua produzione, l'esperienza della prigionia in Algeria e Marocco tra 1943 e 1945. Da essa nasce il Diario d'Algeria, misto di versi e prose in cui la tragedia personale dell'uomo condannato alla segregazione da una guerra insensata diventa simbolo della crisi di un'intera generazione e di un'epoca; lo stesso rimando continuo dall'esperienza individuale alle grandi vicende della storia si ritrova ne Gli strumenti umani, dove il sentimento di estraneità dal mondo (Non lo amo il mio tempo, non lo amo) ben riflette la delusione per la sconfitta degli ideali democratici e socialisti in Italia e nel mondo e l'impossibilità di inserirsi veramente nel corso storico, quasi perdurasse una incaccelabile condizione di prigioniero. All'origine dello smarrimento di certezze, psicologiche e ideologiche, sta una radicale insicurezza di sè e del proprio ruolo; si riafferma dunque il primato di quel che vive al di fuori dell'uomo e gli sopravvive, e si precisa anche una tematica già presente nelle prime raccolte, il culto dei morti tramite cui si rivela sia la fragilità che la verità ultima delle cose. A questa disperazione di fondo fanno da controcanto continuo gli scatti della gioia, una gioia che nulla ha a che fare con la felicità ma che riesce tuttavia a illuminare alcuni versi con percezioni fulminee dei sentimenti dell'amore e dell'amicizia. Come ha scritto Guido Piovene "Sereni è uno dei pochi poeti che sanno dare parole adeguate alla gioia".

Uno dei saggi più acuti e brillanti dedicata a Sereni porta la firma di Franco Fortini, che così conclude: "Per quel tanto di sfocato che hanno le liriche, per quella loro instabilità di profilo dove l'improvviso emergere di un particolare perfettamente fisso e come irrigidito è una formula morale, questa poesia unisce il consiglio della cautela e del riserbo, figurato dall'esitazione, con l'imperativo della decisione e della scelta. Si può non sentirsi a proprio agio nelle poesie di Sereni che, d'altronde, non vogliono che ci si senta a proprio agio e anzi introducono di continuo, quasi a ogni parola, un'incertezza angosciosa". 

POESIE

Da Gli strumenti umani 

Anni dopo 

La splendida la delirante pioggia s'è quietata, 
con le rade ci bacia ultime stille. 
Ritornati all'aperto 
amore m'è accanto e amicizia. 
E quello, che fino a poco fa quasi implorava, 
dall'abbuiato portico brusìo 
romba alle spalle ora, rompe dal mio passato: 
volti non mutati saranno, risaputi, 
di vecchia aria in essi oggi rappresa. 
Anche i nostri, fra quelli, di una volta? 
Dunque ti prego non voltarti amore 
e tu resta e difendici amicizia. 



Le sei del mattino 

Tutto, si sa, la morte dissigilla. 
E infatti, tornavo, 
malchiusa era la porta 
appena accostato il battente. 
E spento infatti ero da poco, 
disfatto in poche ore. 
Ma quello vidi che certo 
non vedono i defunti: 
la casa visitata dalla mia fresca morte, 
solo un poco smarrita 
calda ancora di me che più non ero, 
spezzata la sbarra 
inane il chiavistello 
e grande un'aria e popolosa attorno 
a me piccino nella morte, 
i corsi l'uno dopo l'altro desti 
di Milano dentro tutto quel vento. 


Quei bambini che giocano 

Un giorno perdoneranno 
se presto ci togliamo di mezzo. 
Perdoneranno. Un giorno. 
Ma la distorsione del tempo 
il corso della vita deviato su false piste 
l'emorragia dei giorni 
dal varco del corrotto intendimento: 
questo no, non lo perdoneranno. 
Non si perdona a una donna un amore bugiardo, 
l'ameno paesaggio d'acque e foglie 
che si squarcia svelando 
radici putrefatte, melma nera. 
"D'amore non esistono peccati, 
s'infuriava un poeta ai tardi anni, 
esistono soltanto peccati contro l'amore". 
E questi no, non li perdoneranno. 

 

HOMEPAGE